L’incubo senza fine di MaryRose

Allungava il succo d’arancia con quindici gocce di un ipnoinducente che le aveva prescritto il medico, a causa dell’insonnia.

Prima di coricarsi sotto le lenzuola faceva scivolare le goccette sino al fondo del bicchiere che poi avrebbe riempito con il succo. Lo buttava giù in un sorso o due, non erano amare se mischiate con qualcosa di dolce.

Poi chiudeva gli occhi, spegneva la luce e aspettava di assopirsi.

Ogni notte però MaryRose faceva sempre lo stesso sogno. Sognava suo padre di ritorno dalla guerra. Lo sognava in uniforme e tutto intero. E sognava lei e sua madre che correvano ad abbracciarlo e si stringevano forte a lui.

Poi mentre si apprestavano ad entrare in casa la bambina e la madre, constavano che l’uomo non le seguiva. Loro si voltavano e gli dicevano: “Dai papà vieni!”, “Papà entra!” Ma lui, il volto coperto di lacrime, faceva segno di no con la testa.

All’improvviso un elicottero dell’esercito piombava giù dal cielo e in quel momento la ragazzina si svegliava, correva verso la finestra della sua camera e guardava fuori. Il dubbio che anche se suo padre fosse tornato, probabilmente un altro conflitto lo avrebbe riarruolato nell’esercito senza mai darle la possibilità di stare con lui per MaryRose era un vero inferno.

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