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    La parola all’esperto: La politica industriale tedesca, quando fummo lasciati soli

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    La parola all’esperto: La politica industriale tedesca, quando fummo lasciati soli

    La parola all’esperto: La politica industriale tedesca, quando fummo lasciati soli.

    Intervista a Marco Fontana, Direttore Responsabile di StrumentiPolitici.it

    1) In Germania lo Stato aiuta in modo massiccio le industrie, in che modo esattamente?

    La Germania da quando è iniziata la guerra in Ucraina ha derogato le norme comunitarie con aiuti di Stato verso le sue aziende per 356 miliardi. Questo dato costituisce il 49,3% a livello europeo. In periodo pandemico invece, secondo i dati forniti dalla Commissione Europea alla Germania fu permesso di spendere quasi mille miliardi per aiutare le proprie imprese, alla Francia circa 350 miliardi, all’Italia circa 300. Le richieste di autorizzazione agli aiuti premiano i Paesi più grandi, e quindi con le economie più forti, e con meno debito. Proprio quest’ultimo punto penalizza fortemente l’Italia. Personalmente penso che però gli aiuti di sostegno fini a se stessi, con un aumento della spesa non qualificante e di stampo keynesiano, sortiscano l’effetto opposto. E i dati dell’economia tedesca mi stanno dando ragione.

    2) Si è parlato infatti negli scorsi mesi di un male per l’Europa il fatto che la Germania adotti tali politiche industriali? Perché?

    La libertà di manovra abnorme ottenuta dal Cancellerie tedesco Olaf Scholz nel febbraio di quest’anno, è stata giocata sulle teste delle economie più fragili dell’Ue finendo per indebolire l’Unione Europea nel suo complesso. Era necessaria una risposta alla sfida lanciata dagli Usa ma continentale e non nazionale per rispondere alla crescita dell’inflazione e al conflitto russo ucraino. Ancora di più era necessario un vero piano industriale Ue per far fronte ai duemila miliardi di dollari in sussidi offerti dall’amministrazione Biden al proprio comparto industrale attraverso i piani dem studiati per le infrastrutture «Build Back Better», per i semiconduttori «Chips Act» e per le tecnologie verdi «Inflation Reduction Act». Il risultato della risposta solitaria ed egoista di Berlino è stato disastroso. La sua economia è in recessione tecnica avendo registrato, per due trimestri consecutivi, un calo del Pil. Dopo il ribasso dello 0,5% negli ultimi tre mesi del 2022, l’ufficio di statistica Destatis ha certificato nuovamente un ribasso da 0% a -0,3% anche per il primo trimestre di quest’anno. La crisi insomma non si batte con gli aiuti di stato. E Parigi con Macron non si è comportata in modo meno sovranista rispetto a Berlino. Diciamo che il conflitto russo ucraino sta evidenziando, così come è stato soprattutto nelle fasi iniziali della pandemia, le profonde divisioni interne all’Ue, a dispetto della retorica del mainstream che vuole rinsaldata l’Ue grazie alla contrapposizione con la Russia. Esistono dei Paesi che si sentono padroni e altri sudditi e non è un caso che si voglia superare il diritto di veto e procedere verso maggioranze qualificate: qualche “utile idiota”, spesso masochista, si trova sempre. Una volta approvata questa modifica la frittata sarà compiuta.

    3) L’Italia potrebbe prendere esempio dalla Germania?

    L’Italia non deve prendere ad esempio la Germania sugli aiuti di Stato. Peraltro come evidenziato dai dati sopracitati ne ha già fatto ampiamente uso. I dati micro e macroeconomici vedono poi il nostro Paese stare molto meglio di Germania e Francia nonostante i nostri governi appaiano sempre come sorvegliati speciali. Quindi non vedo perchè dovremmo imitare chi sta fallendo. Personalmente sono invece molto preoccupato dai fondi del Pnrr che creeranno nuovo indebitamento spesso per progetti del tutto inutili ma che sono stati mandati avanti per ottenere i fondi. Progetti peraltro nati prima del conflitto russo ucraino e quindi che lieviteranno nei costi lasciando altri salati conti da pagare non all’Ue ma agli italiani. Noi dovremmo imitare il piano Hartz che tra il 2003 e il 2005 video il cancelliere Schröder liberalizzare il mercato del lavoro tedesco. Dovremmo poi riformare il nostro sistema scolastico spostandoci verso il sistema duale tedesco che vede le aziende e le Camere di Commercio essere parte integrante della formazione e non ospite di troppo come viene vissuto in Italia. E infine imitare il Piano del 2007 sulla Green economy varato da Merkel: da copiare in questo caso non è il loro obiettivo ma la capacità di vision nell’identificare settori strategici e poi investire in modo organico come Paese per la transizione delle imprese verso questi comparti in espansione in modo da riconvertire e sostenere l’occupazione e aumentare il PIL. La Silicon Valley negli Usa nasce, e molti non lo sanno, proprio da ingenti investimenti di capitale statale Usa. In questo caso però parliamo di prospettive non di conservazione dello status quo come quando discorriamo di aiuti di stato.

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